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STUDIO LIMONI
Marzo 2026

ABITARE L’INSTABILE

“Back Facing Front” di Thea Djordjadze si configura come un ambiente instabile in cui forma, funzione e percezione restano in costante sospensione. Attraverso una pratica installativa che mette in tensione architettura e oggetti, l’artista costruisce una situazione in cui le opere non si offrono come entità definite, ma come possibilità aperte. Strutture che evocano dispositivi espositivi o elementi funzionali si sottraggono a una lettura univoca, oscillando tra presenza e dissoluzione. In questo spazio, lo sguardo è chiamato a rinegoziare continuamente il proprio orientamento, confrontandosi con una materialità che conserva tracce di contatto e resistenza. Più che produrre significati stabili, la mostra attiva una condizione percettiva in cui il senso resta provvisorio, rimandato, mai completamente risolto.

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ARMATURA DI PELLE: IMPARARE A PROTEGGERSI SECONDO SIMONA ANDRIOLETTI

La mostra “If you feel me, I am you” di Simona Andrioletti, presentata da RIBOT gallery a Milano, si configura come un’esperienza immersiva che coinvolge il corpo prima ancora dello sguardo. Attraverso trapunti che evocano la forma di armature e un allestimento che costringe il pubblico a entrare fisicamente nello spazio dell’opera, l’artista indaga le forme di difesa e adattamento sviluppate in risposta alla violenza sistemica, in particolare di genere. In un equilibrio instabile tra cura e protezione, vulnerabilità e resistenza, il lavoro di Andrioletti trasforma materiali domestici in dispositivi politici e relazionali. Ne emerge una riflessione sull’empatia come pratica incarnata, fragile e necessaria, che si attiva nello spazio condiviso tra chi guarda e ciò che viene guardato.

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CALMA, RESPIRA, TRATTIENI, ESPIRA

Partendo dalle mostre Inhale e Exhale, l’articolo riflette sul ruolo del respiro nella pratica artistica di Gaëlle Choisne. Nelle sue installazioni, materiali quotidiani, oggetti rituali e frammenti di immagini si combinano per creare costellazioni sensibili in cui memoria, spiritualità e politica convivono. Radicato in genealogie caraibiche e saperi diasporici, il lavoro dell’artista propone il respiro come gesto elementare ma profondamente relazionale, capace di connettere corpi, storie e comunità. Le opere diventano così spazi di ascolto e di cura, in cui immaginare nuove forme di attenzione reciproca e di convivenza.

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SPALLETTI, DE DOMINICIS, WEST: GEOGRAFIA DELLA LUCE

La mostra “Converging trajectories”, alla galleria Vistamare di Milano, mette in relazione le pratiche di Ettore Spalletti, Gino De Dominicis e Franz West, facendo emergere una trama di affinità che supera le differenze formali tra i tre artisti. Attraverso un dialogo tra luce, enigma e fisicità, la mostra suggerisce una comune concezione dell’opera come luogo di esperienza totale, in cui percezione, materia e pensiero si intrecciano. Più che costruire un confronto storico, il percorso restituisce l’eco di una vicinanza intellettuale e sensibile maturata nel tempo, lasciando affiorare le risonanze sotterranee che attraversano le loro pratiche.

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RITRATTO, MEMORIA E TRADUZIONE

La mostra Friends and Family di Alejandro Cesarco riflette sul ritratto come struttura di relazioni più che come rappresentazione della somiglianza. Attraverso fotografie, opere testuali e video, l’artista costruisce una costellazione di riferimenti – amici, mentori, figure letterarie e affettive – che suggeriscono come l’identità emerga da una trama di influenze e prestiti. Il lavoro di Cesarco, da sempre interessato alle dinamiche tra vedere e leggere, utilizza citazione, ripetizione e traduzione per indagare la memoria e la trasmissione delle idee. In questa prospettiva, il ritratto diventa meno una descrizione individuale che una mappa di relazioni: un archivio di gesti, frasi e presenze che continuano a risuonare nel tempo.

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COME IN UN CORO CHE PROVA AL BUIO

La mostra inaugurale di FRENCH PLACE, a Milano, non si offre come un discorso compatto: si presenta piuttosto come un campo vibrante, dove le opere non chiedono di essere allineate, ma ascoltate. In italiano, “corale” è una parola che eccede la musica. Non è soltanto un canto a più voci: è un modo di stare insieme. È un’idea di collettività che non pretende fusione, che non cancella le differenze. Questo scarto semantico — intraducibile in inglese — diventa la ferita generativa della mostra: un luogo in cui pluralità e attrito non vengono risolti, ma custoditi.

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