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STUDIO LIMONI
Ottobre 2026

ALL TOGETHER: QUANDO I FILI NON BASTANO PIÙ

Che cosa resta di una marionetta quando vengono recisi i fili che la sostengono? A partire da questa immagine, All Together: “Goodbye Master!”, mostra collettiva a cura di Arnold Braho presso ArtNoble Gallery a Milano, riunisce le pratiche di Andreea Anghel, Oliviero Fiorenzi, Anita Muçolli, Liselor Perez, Barbara Prenka e Dardan Zhegrova in una riflessione sul rapporto tra controllo e autonomia, corpo e artificio, identità e rappresentazione. Attraverso oggetti perturbanti, figure antropomorfe, maschere e dispositivi teatrali, la mostra mette in discussione il confine tra soggetto e oggetto, interrogando le forme attraverso cui gesti, desideri e identità vengono costruiti, orientati e disciplinati. Più che celebrare una liberazione definitiva, le opere suggeriscono una condizione ambivalente, in cui sottrarsi al comando non significa necessariamente emanciparsi da ogni vincolo, ma rendere visibili i meccanismi che continuano a governare i corpi. La marionetta diventa così una figura critica della soggettività contemporanea: un corpo che, proprio nell’esposizione della propria dipendenza, può sperimentare la possibilità di muoversi altrimenti.

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IL CORPO ALLO SPECCHIO DELL'IMMAGINE

Che cosa rimane di un corpo quando la sua immagine comincia a sostituirlo? E quanto può dirsi autentico un gesto quando è già stato riprodotto, catalogato, reso disponibile allo sguardo? In “Skin Game”, personale di James Bantone alla galleria Francesca Minini, l’immagine non è mai una presenza immobile, né una semplice testimonianza di ciò che esiste. È piuttosto una superficie instabile, attraversata da passaggi e trasformazioni, capace di assorbire il corpo, restituirlo deformato e infine confondere i confini tra ciò che guarda e ciò che viene guardato.

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Maggio 2026

IL PESO LEGGERO DELLE COSE: RIFLESSI DI LUCE

“Splendido Splendente. Gli oggetti metallici si riflettono”, da GILDA&CO a Milano, esplora il rapporto tra luce, materia e design attraverso una selezione di oggetti iconici del Novecento italiano. Tra superfici cromate, acciai lucidati e ceramiche smaltate, la mostra costruisce un paesaggio di riflessi e vibrazioni luminose in cui gli oggetti sembrano trasformarsi continuamente. Più che celebrare il design storico, il progetto mette in scena un’estetica della brillantezza che racconta il desiderio di modernità, eleganza e progresso inscritto nei materiali stessi.

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UNA STORIA DI OGGETTI CHE PARLANO ANCORA

La mostra “Property of Sergio Asti. A Design Heritage”, presentata da FRAGILE Milano in occasione della Milano Design Week 2026, ripercorre l’ampiezza e la complessità della ricerca progettuale di Sergio Asti, figura centrale del design milanese del secondo Novecento. Attraverso una selezione di oggetti che attraversano tipologie e contesti — dall’illuminazione ai vetri, dagli arredi agli oggetti d’uso — la mostra restituisce l’immagine di un progettista “totale”, capace di muoversi tra linguaggi diversi senza aderire a un’estetica univoca. Più che una retrospettiva celebrativa, l’esposizione si configura come un atto di riattivazione critica, che interroga il valore e l’eredità di una pratica fondata sulla continuità della ricerca e sulla precisione del fare.

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GEOMETRIE INSTABILI, FORME CHE NON SI FERMANO

La mostra “Sequin, Shadow” di Vijay Masharani, presentata da Clima Gallery, esplora la natura instabile del significato attraverso un insieme di disegni e video costruiti per variazione e ricombinazione. Forme elementari e associazioni linguistiche si articolano in un sistema aperto, in cui le relazioni tra immagini e parole restano provvisorie e continuamente rinegoziabili. In questo spazio sospeso, il senso non si fissa ma emerge come processo, esposto alle trasformazioni del tempo e del contesto. La mostra si configura così come un dispositivo che mette in crisi l’idea di interpretazione definitiva, invitando a sostare nell’incertezza.

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Aprile 2026

ECCO L’UOMO: COSA RESTA DELL’IMMAGINE

La mostra “Ecce Homo” di Liu Ke, curata da Fabio Cavallucci presso la Galleria Giovanni Bonelli, presenta un nucleo di lavori recenti in cui l’astrazione si configura come processo di condensazione percettiva più che come allontanamento dal reale. Le superfici pittoriche, apparentemente aniconiche, rivelano progressivamente tracce di paesaggi e allusioni corporee, attivando una visione instabile e stratificata. Il titolo, riletto da una prospettiva non occidentale, perde il suo riferimento univoco per aprirsi a una riflessione più ampia sulla condizione umana e sull’atto stesso dell’esporsi. In questo contesto, la pittura diventa spazio di intersezione tra pensiero e sensazione, mentre il dialogo con giovani artisti e la pratica curatoriale dell’artista contribuiscono a delineare un’idea di arte come forma attiva di ricerca e costruzione culturale.

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