Vai al contenuto principale
STUDIO LIMONI
Aprile 2026

FORME DELLA PRECARIETÀ CONTEMPORANEA

La mostra “Over, under and in between” di Mona Hatoum alla Fondazione Prada sviluppa una riflessione sulla precarietà contemporanea attraverso tre installazioni site-specific che mettono in tensione spazio, materia e percezione. Tra ragnatele sospese, mappe instabili e strutture in oscillazione, il lavoro dell’artista costruisce un’esperienza in cui attrazione e minaccia coesistono, invitando a ripensare il rapporto tra corpo, ambiente e sistemi di rappresentazione. Senza ricorrere a una narrazione lineare, la mostra configura un campo percettivo in cui la stabilità si rivela come una condizione sempre provvisoria e negoziata.

Leggi di più »
Marzo 2026

UNA CASA CHE TRATTIENE IL TEMPO

Presentiamo una riflessione sulla mostra “Keep thinking nobody does it like you here comes the sunset” di Jonathan Lyndon Chase presso Gió Marconi, soffermandoci sulla dimensione domestica come spazio di stratificazione emotiva e memoria. Attraverso ambienti quotidiani trasformati in paesaggi interiori, Chase costruisce una narrazione non lineare della vita queer nera, in cui corpo, spazio e tempo si intrecciano in modo instabile. L’articolo adotta uno sguardo introspettivo per indagare la tensione tra visibilità e opacità, tra presenza e sottrazione, evidenziando come la casa diventi un organismo vivo, capace di trattenere tracce, affetti e residui di esperienza. Ne emerge una lettura che privilegia la percezione e la risonanza emotiva rispetto all’interpretazione definitiva.

Leggi di più »

IL SILENZIO DELL’ORIGINE

“Nessun Boato” di Francesco Pacelli configura uno spazio percettivo sospeso in cui il vuoto si manifesta come condizione generativa piuttosto che come assenza. Attraverso una serie di opere che oscillano tra dimensione cosmica e organica, la mostra indaga i meccanismi con cui la mente umana costruisce senso a partire dall’indistinto. La temporalità profonda evocata nei lavori, insieme all’ambiguità formale delle sculture e alla progressiva opacizzazione dello sguardo, produce un’esperienza instabile e non risolutiva. In questo contesto, il caos non è disordine ma origine, e il significato emerge come processo fragile, continuamente negoziato tra percezione e immaginazione.

Leggi di più »

ABITARE L’INSTABILE

“Back Facing Front” di Thea Djordjadze si configura come un ambiente instabile in cui forma, funzione e percezione restano in costante sospensione. Attraverso una pratica installativa che mette in tensione architettura e oggetti, l’artista costruisce una situazione in cui le opere non si offrono come entità definite, ma come possibilità aperte. Strutture che evocano dispositivi espositivi o elementi funzionali si sottraggono a una lettura univoca, oscillando tra presenza e dissoluzione. In questo spazio, lo sguardo è chiamato a rinegoziare continuamente il proprio orientamento, confrontandosi con una materialità che conserva tracce di contatto e resistenza. Più che produrre significati stabili, la mostra attiva una condizione percettiva in cui il senso resta provvisorio, rimandato, mai completamente risolto.

Leggi di più »

ARMATURA DI PELLE: IMPARARE A PROTEGGERSI SECONDO SIMONA ANDRIOLETTI

La mostra “If you feel me, I am you” di Simona Andrioletti, presentata da RIBOT gallery a Milano, si configura come un’esperienza immersiva che coinvolge il corpo prima ancora dello sguardo. Attraverso trapunti che evocano la forma di armature e un allestimento che costringe il pubblico a entrare fisicamente nello spazio dell’opera, l’artista indaga le forme di difesa e adattamento sviluppate in risposta alla violenza sistemica, in particolare di genere. In un equilibrio instabile tra cura e protezione, vulnerabilità e resistenza, il lavoro di Andrioletti trasforma materiali domestici in dispositivi politici e relazionali. Ne emerge una riflessione sull’empatia come pratica incarnata, fragile e necessaria, che si attiva nello spazio condiviso tra chi guarda e ciò che viene guardato.

Leggi di più »

CALMA, RESPIRA, TRATTIENI, ESPIRA

Partendo dalle mostre Inhale e Exhale, l’articolo riflette sul ruolo del respiro nella pratica artistica di Gaëlle Choisne. Nelle sue installazioni, materiali quotidiani, oggetti rituali e frammenti di immagini si combinano per creare costellazioni sensibili in cui memoria, spiritualità e politica convivono. Radicato in genealogie caraibiche e saperi diasporici, il lavoro dell’artista propone il respiro come gesto elementare ma profondamente relazionale, capace di connettere corpi, storie e comunità. Le opere diventano così spazi di ascolto e di cura, in cui immaginare nuove forme di attenzione reciproca e di convivenza.

Leggi di più »