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ECCO L’UOMO: COSA RESTA DELL’IMMAGINE

Pubblicato il 24 aprile 2026 alle ore 11:00

La mostra “Ecce Homo” di Liu Ke, curata da Fabio Cavallucci presso la Galleria Giovanni Bonelli, presenta un nucleo di lavori recenti in cui l’astrazione si configura come processo di condensazione percettiva più che come allontanamento dal reale. Le superfici pittoriche, apparentemente aniconiche, rivelano progressivamente tracce di paesaggi e allusioni corporee, attivando una visione instabile e stratificata. Il titolo, riletto da una prospettiva non occidentale, perde il suo riferimento univoco per aprirsi a una riflessione più ampia sulla condizione umana e sull’atto stesso dell’esporsi. In questo contesto, la pittura diventa spazio di intersezione tra pensiero e sensazione, mentre il dialogo con giovani artisti e la pratica curatoriale dell’artista contribuiscono a delineare un’idea di arte come forma attiva di ricerca e costruzione culturale.

 

Liu Ke, Ecce Homo, a cura di Fabio Cavallucci. Installation view by Casonato Luca HR

 

C’è qualcosa di disarmante — ma anche di estremamente controllato — nella mostra Ecce Homo di Liu Ke, presentata alla Galleria Giovanni Bonelli sotto la curatela di Fabio Cavallucci. Non tanto per ciò che si vede immediatamente, quanto per quello che affiora con lentezza, quasi contro la volontà dello sguardo.

Il titolo porta con sé un peso storico e iconografico inevitabile, legato alla tradizione occidentale. Eppure, qui, quella citazione sembra perdere ogni rigidità, come se venisse attraversata e trasformata da un’altra prospettiva. Non è più soltanto una dichiarazione, ma una condizione: quella di un artista che si espone senza filtri apparenti, affidando alla pittura il compito di mediare tra sé e un contesto culturale che lo osserva da una certa distanza.

Le opere, realizzate tra il 2022 e il 2025, chiedono tempo. A uno sguardo rapido appaiono come superfici compatte, costruite su campiture cromatiche intense — rossi che non concedono tregua, verdi saturi, blu profondi. Ma questa prima impressione è fragile. Basta soffermarsi un poco di più perché la pittura inizi a cedere, a lasciare intravedere qualcosa di diverso: non immagini definite, ma tracce, memorie visive che oscillano tra paesaggio e corpo.

 

Liu Ke, Ecce Homo, a cura di Fabio Cavallucci. Installation view by Casonato Luca HR

 

Quello che colpisce è proprio questa ambiguità persistente. Le forme non si dichiarano mai del tutto. Possono suggerire un’alba, una linea d’orizzonte, oppure piegarsi improvvisamente in qualcosa di organico, quasi corporeo. In certi lavori, le curve si addensano fino a evocare una tensione più intima, che sfiora l’erotico senza mai diventare esplicita. È come se la pittura trattenesse continuamente il momento in cui l’immagine potrebbe diventare riconoscibile.

In questo senso, l’astrazione di Liu Ke non ha nulla di evasivo. Non è un allontanamento dalla realtà, ma una sua compressione. Le immagini non vengono eliminate, vengono concentrate, ridotte a una soglia percettiva minima. Ciò che resta è una sorta di eco visiva, qualcosa che si attiva nello spazio mentale di chi guarda più che sulla superficie del quadro.

Questa tensione tra visibile e pensabile sembra riflettere anche la formazione dell’artista, il suo essere al tempo stesso pittore e intellettuale. Si percepisce una consapevolezza teorica che però non appesantisce mai il lavoro; al contrario, lo rende più instabile, più aperto. La pittura diventa un luogo in cui il pensiero non si espone in forma discorsiva, ma si dissolve nella percezione.

 

Liu Ke, Ecce Homo, a cura di Fabio Cavallucci. Installation view by Casonato Luca HR

 

All’interno della mostra, questa dimensione si espande ulteriormente attraverso il dialogo con giovani artisti provenienti dall’Accademia di Belle Arti di Guangzhou e dall’Accademia di Brera. Non si tratta semplicemente di un confronto generazionale o geografico, ma di una messa in relazione di approcci diversi al fare artistico. Anche qui, più che le differenze evidenti, interessa ciò che si crea nello spazio intermedio: una zona di traduzione, talvolta anche di fraintendimento.

Un altro aspetto che rimane in sottofondo, ma che contribuisce a definire il profilo complesso di Liu Ke, è la sua attività curatoriale e istituzionale. I progetti espositivi e museali da lui fondati in Cina suggeriscono una concezione dell’arte che va oltre l’oggetto pittorico, coinvolgendo le condizioni stesse in cui l’arte può esistere e circolare. Questa dimensione non è illustrata in modo didascalico, ma agisce come una struttura invisibile che sostiene l’intero progetto.

Alla fine, ciò che resta non è un’immagine precisa, né un messaggio univoco. Piuttosto, una sensazione persistente di instabilità, come se ogni opera continuasse a modificarsi anche dopo essere stata guardata. Ecce Homo non offre una definizione dell’uomo, ma ne mette in scena la complessità, la difficoltà di essere colto in una forma definitiva. Ed è proprio in questa sospensione che la mostra trova la sua forza più sottile.

 

S. F. C.

 

Liu Ke

Ecce Homo

A cura di Fabio Cavallucci

Galleria Giovanni Bonelli, via Porro Lambertenghi, 6, Milano

5 Marzo 2026 – 11 Aprile 2026

 

PHOTO GALLERY

 

Liu Ke, Ecce Homo, a cura di Fabio Cavallucci. Installation view by Casonato Luca HR

 

Liu Ke, Ecce Homo, a cura di Fabio Cavallucci. Installation view by Casonato Luca HR

 

Liu Ke, Ecce Homo, a cura di Fabio Cavallucci. Installation view by Casonato Luca HR

 

Liu Ke, Ecce Homo, a cura di Fabio Cavallucci. Installation view by Casonato Luca HR

 

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