CORPO CHE VIVE, PELLE CHE ABITA: LA GRAMMATICA DELLA CARNE

Pubblicato il 7 gennaio 2026 alle ore 11:00

Questo articolo non vuole spiegare “BODY SIGN” – la mostra a cura di Andrea Maurer e Alberto Salvadori in collaborazione con Studio Valie Export e Archivio Ketty La Rocca – ma abitarla. Nasce da un incontro fisico e emotivo con le opere di Valie Export e Ketty La Rocca, dove il corpo precede il linguaggio e il gesto prende il posto della parola. Attraverso una scrittura soggettiva e intima, il testo esplora la mostra come spazio di esposizione, vulnerabilità e resistenza, in cui lo spettatore è chiamato a riconoscere il proprio corpo come parte attiva del discorso.

 

Valie Export, Ketty La Rocca, BODY SIGN. Installation view Ph. Roberto Marossi

 

Entro nella mostra BODY SIGN come si entra in una stanza già abitata da qualcosa di vivo; gli ampi spazi ariosi della nuova sede milanese di Thaddaeus Ropac diventa una casa in cui è meglio bussare per non disturbare. C’è qualcuno, non solo spirito, ma corpo.

Non c’è neutralità possibile: il corpo arriva prima del pensiero. Prima ancora di leggere i nomi – Valie Export, Ketty La Rocca – sento una tensione sottile, una specie di richiamo che come un brivido mi scorre sulla pelle. Qui il linguaggio non è un sistema da decifrare, ma una ferita aperta, una carezza, un gesto trattenuto.

Il corpo, in questa mostra, non rappresenta: resiste. È un corpo che parla quando le parole falliscono, che si espone non per essere guardato, ma per mettere in crisi lo sguardo stesso. Mi accorgo presto che non sono solo spettatrice: sono coinvolta, chiamata in causa, quasi misurata da ciò che vedo. Come se ogni opera mi chiedesse silenziosamente: da dove stai guardando? Con quale corpo?

 

Ketty La Rocca, Con attenzione, 1971, Photo and ink. © Archivio Ketty La Rocca | Michelangelo Vasta
Courtesy Thaddaeus Ropac gallery London · Paris · Salzburg · Milan · Seoul 

 

Le immagini di Valie Export mi attraversano con una lucidità quasi dolorosa. Il suo corpo è dichiarazione, ma anche trappola tesa allo sguardo. In BODY SIGN B non c’è seduzione, c’è sfida. Quel gesto – sollevare il vestito, mostrare un segno inciso sulla pelle – non concede nulla, anzi sottrae. Mi sento osservata mentre osservo. È un ribaltamento sottile, ma radicale: non sono più io a consumare l’immagine, è l’immagine che consuma le mie certezze.

Poi arrivano le mani di Ketty La Rocca. Mani che chiedono, che indicano, che si chiudono a pugno o restano sospese. Mani che sembrano sapere qualcosa che la bocca non riesce a dire. Nei suoi lavori il linguaggio appare come un corpo stanco, usurato, insufficiente. Le parole scritte, ripetute, quasi balbettanti, non chiariscono: insistono. “You, you, you”. Continuo a leggere e mi chiedo chi sia davvero questo tu. Forse io. Forse nessuno. Forse un’interrogazione continua, senza risposta.

C’è qualcosa di profondamente intimo in questo dialogo tra le due artiste, anche se non si sono mai incontrate. Un’intimità che non ha nulla di confidenziale o rassicurante. È piuttosto una comunanza di urgenza, una necessità condivisa di scardinare un linguaggio che non le ha mai davvero ospitate. Qui il corpo diventa l’ultimo luogo possibile da cui parlare, ma anche il primo. Un’origine.

 

Valie Export, TAPP und TAST KINO(TOUCH CINEMA), 1968, Black and white photograph.

©VALIE EXPORT / SIAE2025Courtesy Thaddaeus RopacgalleryLondon · Paris ·Salzburg · Milan · Seoul

 

Camminando tra le opere, penso a quanto sia faticoso, ancora oggi, trovare un linguaggio che non tradisca l’esperienza. Export e La Rocca non cercano soluzioni: mettono in scena il problema, lo abitano, lo rendono visibile. Il gesto, il contatto, la postura diventano atti politici prima ancora che artistici. Non c’è decorazione, non c’è distanza. C’è esposizione, rischio, vulnerabilità.

Esco dalla mostra con una sensazione precisa: non aver “capito” tutto, ma aver sentito molto. E forse è questo il punto. BODY SIGN non chiede interpretazioni ordinate, chiede corpi presenti. Chiede di accettare che il linguaggio non sia mai neutro, e che il corpo – soprattutto quello femminile – sia ancora oggi un campo di battaglia, ma anche un luogo di possibilità radicale.

Porto via con me un’immagine persistente: una mano che cerca, un corpo che si piega allo spazio, una parola che non basta. E la certezza che, in questo spazio fragile tra gesto e significato, l’arte può ancora essere un atto necessario.

 

S. F. C.

 

Valie Export, Ketty La Rocca

BODY SIGN

A cura di Andrea Maurer e Alberto Salvadori in collaborazione con Studio VALIE EXPORT e Archivio KETTY LA ROCCA

Thaddaeus Ropac, Palazzo Belgioioso, Piazza Belgioioso, 2, Milano

16 Dicembre 2025 – 28 Febbraio 2026

 

PHOTO GALLERY

 

Valie Export, Einkreisung, 1976/ 80Black and white silver gelatinprint on baryta paper laid onchip board.

©VALIE EXPORT / SIAE 2025. Courtesy Thaddaeus RopacgalleryLondon · Paris ·Salzburg · Milan · Seoul

 

Valie Export, Ketty La Rocca, BODY SIGN. Installation view Ph. Roberto Marossi

 

Ketty La Rocca, Autoritratto, 1975, Gelatin silver print. © Archivio Ketty La Rocca | Michelangelo Vasta
Courtesy Thaddaeus Ropac gallery London · Paris · Salzburg · Milan · Seoul 

 

Valie Export, Ketty La Rocca, BODY SIGN. Installation view Ph. Roberto Marossi

 

Valie Export, Body Sign, 1970, Black and white photograph. © VALIE EXPORT / SIAE 2025
Courtesy Thaddaeus Ropac gallery London · Paris · Salzburg · Milan · Seoul 

 

Valie Export, Ketty La Rocca, BODY SIGN. Installation view Ph. Roberto Marossi

 

Ketty La Rocca, Appendice per una supplica, 1972, Photograph with hand-painted intervention.

©Archivio Kety LaRocca | Michelangelo VastaCourtesy Thaddaeus RopacgalleryLondon · Paris ·Salzburg · Milan · Seoul

 

Valie Export, Ketty La Rocca, BODY SIGN. Installation view Ph. Roberto Marossi

 

Valie Export, Syntagma, film still, 1983, 16 min. © VALIE EXPORT / SIAE 2025
Courtesy Thaddaeus Ropac gallery London · Paris · Salzburg · Milan · Seoul 

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