In “Metamorfosi”, Liliana Moro trasforma la luce e gli oggetti quotidiani in strumenti di riflessione sull’instabilità del presente. Attraverso presenze sospese tra funzione e memoria, riconoscibilità ed estraneità, la mostra indaga il cambiamento come processo ambivalente, in cui ogni possibilità di trasformazione porta con sé una perdita. Tra precarietà del lavoro, fragilità delle relazioni e ridefinizione del rapporto tra umano e naturale, l’artista invita a interrogare ciò che sopravvive alle trasformazioni e ciò che, silenziosamente, rischia di scomparire.
Installation view, Liliana Moro, Metamorfosi, Raffaella Cortese, Via Stradella 7-1-4, Milan. Ph. Andrea Rossetto / Héctor Chico
Ci sono trasformazioni che non si annunciano. Non hanno il fragore di una rottura, né la chiarezza di un prima e di un dopo. Accadono lentamente, mentre le cose continuano a occupare il proprio posto nel mondo, mentre i gesti si ripetono e gli oggetti conservano la loro forma, fino al momento in cui qualcosa, senza una ragione apparente, smette di essere ciò che sembrava. È in questa zona incerta che si colloca Metamorfosi, la mostra di Liliana Moro da Raffaella Cortese, in via Stradella, a Milano. Un intervento che attraversa i tre spazi della galleria e che sembra interrogare non tanto il cambiamento in sé, quanto la sensazione di estraneità che lo accompagna: quel momento in cui il mondo rimane riconoscibile, ma non è più possibile abitarlo con la stessa naturalezza.
La prima trasformazione riguarda la luce. Filtrata e alterata nel suo ingresso, essa modifica la percezione degli ambienti e interrompe la possibilità di osservare direttamente la mostra dalla strada. L'esterno non scompare, ma perde la propria evidenza; l'interno, invece, rinuncia alla neutralità di uno spazio semplicemente destinato a contenere opere. La luce diventa una presenza che condiziona lo sguardo, una soglia che separa e insieme mette in relazione. Prima ancora di riconoscere gli oggetti, occorre fare i conti con la propria percezione. Vedere non è più un atto immediato, e ciò che appare non coincide necessariamente con ciò che si crede di conoscere.
Installation view, Liliana Moro, Metamorfosi, Raffaella Cortese, Via Stradella 7-1-4, Milan. Ph. Andrea Rossetto / Héctor Chico
È una sensazione che appartiene anche alla vita quotidiana, soprattutto quando il presente sembra procedere attraverso trasformazioni continue, difficili da comprendere mentre accadono. Si continua a lavorare, a muoversi, a incontrare gli altri; si attraversano gli stessi luoghi, si utilizzano gli stessi strumenti. Eppure, qualcosa cambia nella relazione con tutto questo. Il lavoro perde talvolta la promessa di stabilità, gli spazi familiari si fanno estranei, le cose sembrano sopravvivere alle funzioni per cui erano state concepite. La metamorfosi, allora, non coincide necessariamente con l'apparizione di qualcosa di nuovo. Può manifestarsi come una discrepanza, come la distanza improvvisa tra una forma e il significato che le era stato attribuito.
Negli ambienti della galleria, Liliana Moro dispone una costellazione di oggetti eterogenei: manubri di bicicletta, cric, trombe acustiche, teste di cane, piattini souvenir frammentati, giavellotti in alluminio. Sono presenze che appartengono a mondi differenti e che, proprio per questo, sembrano sottrarsi alla possibilità di costruire un racconto univoco. Nessuna di esse rinuncia del tutto alla propria identità, ma nessuna coincide più completamente con la propria funzione. Gli oggetti restano lì, riconoscibili e insieme sospesi, come se fossero stati estratti da una situazione che non è dato ricostruire. Qualcosa è accaduto, oppure sta per accadere: la loro presenza sembra trattenere entrambe le possibilità senza risolverle.
Installation view, Liliana Moro, Metamorfosi, Raffaella Cortese, Via Stradella 7-1-4, Milan. Ph. Andrea Rossetto / Héctor Chico
È forse questo uno degli aspetti più perturbanti del lavoro di Moro: la capacità di sottrarre il quotidiano alla sua apparente innocenza. Un manubrio non è più soltanto un elemento funzionale, così come un cric non si esaurisce nella sua capacità di sollevare un peso. Separati dal contesto che ne giustificava l'esistenza, gli oggetti sembrano conservare una memoria muta del gesto. Non raccontano una storia, ma ne trattengono la possibilità; non rappresentano necessariamente un'assenza, eppure fanno avvertire la mancanza di qualcosa. Il loro significato non viene sostituito da un altro, più enigmatico o più elevato: rimane in sospeso, esposto alla fragilità di ogni interpretazione.
Anche i piattini souvenir frammentati sembrano abitare questa contraddizione. Nati per conservare il ricordo di un luogo, appartengono a quella categoria di oggetti che promettono di rendere durevole un'esperienza attraverso la sua riproduzione materiale. Frammentati, continuano a custodire la traccia di qualcosa, ma non possono più garantire l'integrità della memoria che avrebbero dovuto preservare. Rimane una superficie spezzata, una forma che sopravvive alla propria completezza. In questa immagine si può riconoscere una delle tensioni che attraversano la mostra: il desiderio di conservare e l'impossibilità di impedire che ciò che viene conservato si trasformi.
Installation view, Liliana Moro, Metamorfosi, Raffaella Cortese, Via Stradella 7-1-4, Milan. Ph. Andrea Rossetto / Héctor Chico
La metamorfosi evocata da Moro non ha, infatti, nulla di necessariamente liberatorio. Cambiare non significa sempre evolvere, così come perdere una forma non equivale automaticamente a conquistarne una nuova. Ogni trasformazione porta con sé una possibilità, ma anche una rinuncia; apre uno spazio e, nello stesso movimento, ne chiude un altro. La mostra sembra sottrarsi a qualsiasi fiducia ingenua nel cambiamento, ricordando che le trasformazioni del presente non distribuiscono le proprie conseguenze in modo uguale. Dietro il movimento delle cose si intravedono corpi che attraversano la città, forme di lavoro precarie, esistenze esposte a condizioni che non sempre possono controllare. Il cambiamento non è soltanto ciò che si sceglie, ma anche ciò a cui ci si trova costretti ad adattarsi.
In questo senso, gli oggetti non illustrano una condizione sociale: la rendono percepibile attraverso la propria instabilità. La loro sospensione sembra restituire qualcosa della condizione contemporanea, nella quale la disponibilità permanente al movimento può trasformarsi in un obbligo, e la capacità di adattamento in una forma silenziosa di vulnerabilità. Essere trasformati non significa necessariamente partecipare alla trasformazione. Talvolta significa subirla, restare esposti ai suoi effetti, cercare di riconoscersi in una forma che non sembra più appartenerci del tutto.
Installation view, Liliana Moro, Metamorfosi, Raffaella Cortese, Via Stradella 7-1-4, Milan. Ph. Andrea Rossetto / Héctor Chico
Accanto alla dimensione del lavoro emerge quella del rapporto tra umano, animale e naturale. Le teste di cane introducono una presenza che non si lascia ricondurre interamente alla sfera dell'oggetto, mentre la varietà degli elementi esposti suggerisce una riflessione più ampia sulle relazioni che legano le forme viventi e quelle costruite dall'uomo. La questione della cura sembra affiorare senza assumere i contorni di un messaggio esplicito. Si manifesta piuttosto come una domanda sulla qualità della nostra attenzione: su ciò che riusciamo ancora a riconoscere come vulnerabile, su ciò che consideriamo degno di rispetto, su quanto siamo disposti a vedere prima che la distanza diventi irreversibile.
Anche la luce, in questo contesto, assume un significato che va oltre la semplice alterazione visiva. Non chiarisce tutto, non rende immediatamente accessibile ciò che illumina. Al contrario, introduce una mediazione, obbliga a confrontarsi con la parzialità dello sguardo. La mostra non si offre come un'immagine interamente disponibile, né promette una comprensione definitiva delle proprie presenze. Chiede piuttosto di sostare in quella distanza che separa il riconoscimento dalla comprensione, accettando che le cose possano restare, almeno in parte, opache.
Installation view, Liliana Moro, Metamorfosi, Raffaella Cortese, Via Stradella 7-1-4, Milan. Ph. Andrea Rossetto / Héctor Chico
Forse è proprio qui che Metamorfosi rivela il suo carattere più intimo. Non nella rappresentazione del cambiamento, ma nella costruzione di una condizione percettiva che costringe a sperimentarlo. La galleria diventa un luogo in cui le certezze dello sguardo si allentano e gli oggetti, liberati dalla necessità di essere utili o immediatamente leggibili, recuperano una presenza difficile da definire. Non diventano altro in maniera definitiva: rimangono sul confine tra ciò che sono stati e ciò che potrebbero ancora essere.
Quando ogni cosa sembra destinata a cambiare, forse la domanda non riguarda soltanto ciò che verrà dopo, ma ciò che rischia di scomparire durante il passaggio. Le forme, i gesti, le memorie, le relazioni che non trovano più un posto stabile nel presente. La metamorfosi non cancella necessariamente ciò che la precede; talvolta lo lascia sopravvivere in frammenti, in tracce che continuano a interrogare il nostro modo di guardare. Nella mostra di Liliana Moro, queste tracce non compongono una promessa di ricomposizione. Restano aperte, sospese, come le cose che si incontrano senza riuscire a ricondurle a una funzione precisa. E proprio in questa sospensione si avverte una forma di resistenza: la possibilità di non esaurire il mondo in ciò che sappiamo già riconoscere, di concedere alle cose e a noi stessi il tempo incerto di una trasformazione.
S. F. C.
Liliana Moro
Metamorfosi
Galleria Raffaella Cortese, via Stradella 7–1–4, Milano
24 settembre 2026 – 23 dicembre 2026
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