RESTARE NEL PRESENTE, ALTROVE: APPUNTI SU UNA FUGA CHE NON PORTA VIA

Pubblicato il 9 gennaio 2026 alle ore 11:00

Questo articolo nasce come appunto personale dalla mostra “INDIA. Di bagliori e fughe” al PAC di Milano. Attraverso una scrittura soggettiva, l’articolo attraversa alcune delle tensioni che la mostra attiva — ascolto, cura, memoria, desiderio, trasformazione — evitando una lettura didascalica delle opere. “Bagliori” e “fughe” vengono intesi non come promesse di altrove, ma come movimenti minimi: accensioni e scarti che permettono di restare nel presente in modo diverso. La mostra emerge così come uno spazio di irrequietezza condivisa, in cui l’immaginazione non è evasione, ma una pratica necessaria per abitare tempi incerti.

 

Installation view India. Di bagliori e fughe, foto di Nico Cove

 

“Bagliori” e “fughe” non indicano un altrove da raggiungere, ma due movimenti complementari: una scintilla di consapevolezza e il gesto che ne consegue. La mostra INDIA. Di bagliori e fughe lavora esattamente in questo spazio minimo, dove qualcosa si accende e subito costringe a ripensare la posizione da cui si guarda il mondo. Non c’è una promessa di rivelazione, né una direzione da seguire. C’è piuttosto una costellazione di tensioni che rimangono attive.

La fuga evocata dal titolo potrebbe trarre in inganno. Qui non è evasione spettacolare, né desiderio di altrove esotici o salvifici. È uno spostamento laterale, spesso impercettibile. Un disallineamento. La fuga avviene quando qualcosa non può più restare fermo dentro le categorie che lo contengono.

E il bagliore non è luce piena. È intermittenza. Una breve accensione che non illumina tutto, ma abbastanza da rendere visibile ciò che prima rimaneva ai margini.

Curata da Raqs Media Collective e Ferran Barenblit, la mostra evita con decisione l’idea di un’indagine nazionale. Le opere non costruiscono un discorso sull’India come entità compatta, ma si muovono dentro una rete di condizioni condivise: instabilità, cura, memoria, desiderio, perdita, immaginazione come pratica quotidiana di sopravvivenza. L’India è presente, ma non come oggetto da rappresentare. È piuttosto una delle molteplici geografie in cui queste tensioni prendono forma.

 

Mohit Shelare, Manhole Eclips, 2025. Courtesy l’artista

 

Ciò che emerge con forza è un senso diffuso di irrequietezza. Un’inquietudine che non si risolve, ma che tiene in movimento. Le opere sembrano esistere non tanto per mostrarsi, quanto per resistere alla cancellazione: archivi domestici che non vogliono scomparire, gesti che si trasmettono senza diventare monumento, materiali fragili che rifiutano l’idea di permanenza. Tutto suggerisce che ciò che è scartato, marginale o dato per finito continui invece a lavorare sotto la superficie.

L’ascolto è una delle posture centrali della mostra. Non come semplice tema, ma come modo di stare nel tempo. In Uncanny Listening di Suvani Suri, le conversazioni del passato riaffiorano come echi che non hanno smesso di agire. Il tempo non è lineare: è denso, stratificato, collisivo. Ascoltare diventa un gesto attivo, un atto immaginativo che tiene insieme memoria e presente senza nostalgia. È un modo per restare con ciò che non è stato risolto.

 

Installation view India. Di bagliori e fughe, foto di Nico Cove

 

La cura attraversa molte opere, ma non assume mai la forma di un valore rassicurante. È lavoro, fatica, attenzione protratta. Nell’opera di Jithinlal N R, che riflette sulle economie della cura e sulla migrazione del personale sanitario, il tempo misurato e produttivo viene messo in tensione con il tempo sospeso dell’attenzione. Qui la fuga non è andare via, ma restare: restare dentro una relazione asimmetrica, e farne una forma di resistenza silenziosa. La cura appare come una pratica che tiene insieme sopportazione e relazione, senza idealizzarle.

In altri lavori, la fuga assume la forma del ritorno. Gestures di Millo Ankha lavora sui gesti rituali della comunità Apatani non come recupero identitario, ma come processo aperto. Ogni gesto è insieme eredità e invenzione. La memoria non chiude, ma riapre. La casa non è un punto fisso, ma qualcosa che può ancora trasformarsi. In questo senso, tornare non significa mai semplicemente tornare indietro.

Molte opere dialogano con materiali vivi o destinati a mutare. In Synthesized Forest di Maksud Ali Mondal, il tempo è coautore dell’opera: il verde sbiadisce, le superfici si trasformano, la materia si decompone. Guardare significa accettare la perdita come parte integrante del processo. Non c’è nulla da preservare intatto. Solo cicli di dissoluzione e rinnovamento. È una fuga che non allontana dal mondo, ma conduce più a fondo nel suo metabolismo fragile e continuo.

 

Kaushal Sapre, This Might not Be Online, 2022. Courtesy l’artista

 

Il corpo, nella mostra, non è mai idealizzato. È un corpo stanco, sorvegliato, classificato, ma anche desiderante e resistente. Nei lavori di Shefalee Jain, lo sguardo clinico viene smontato dall’interno: il corpo non è un oggetto da ordinare, ma un soggetto che pensa e sente. La rappresentazione stessa diventa un campo di tensione, capace di ferire ma anche di aprire possibilità. Sottrarsi allo sguardo che normalizza diventa una forma di fuga necessaria.

Altrove, il movimento è affidato al camminare, al coinvolgimento diretto del corpo del visitatore. Il murale di Mohit Shelare obbliga a una posizione instabile: non c’è un punto di vista neutro, né una distanza rassicurante. Le gerarchie — tra umano, animale, rifiuto — non sono illustrate, ma vissute nello spostamento continuo. Camminare diventa un gesto politico: un modo per sottrarsi alla fissità delle assegnazioni, per immaginare relazioni non basate sulla separazione.

 

Aasma Tulika, Unravelling Control Loops, 2025. Courtesy l’artista

 

Il desiderio attraversa molte opere, ma senza mai trasformarsi in promessa. Nella fotografia di Uzma Mohsin, un aeroplano di cemento poggiato sul tetto di una casa concentra il peso dei sogni di partenza. È un oggetto immobile, eppure carico di tensione. La fuga, qui, è una condizione condivisa: anche chi resta è attraversato dal movimento del desiderio. L’immaginazione diventa un luogo comune, fatto di assenze e proiezioni.

A distanza di tempo, ciò che INDIA. Di bagliori e fughe lascia non è una risposta, ma una serie di micro-spostamenti: nel modo in cui ascoltiamo, guardiamo, ricordiamo, immaginiamo. La mostra non offre soluzioni né consolazioni. Suggerisce piuttosto che, in tempi incerti, l’immaginazione non sia un lusso, ma una necessità. Non per sottrarsi al mondo, ma per restarci in modo diverso. Per riconoscere, anche solo per un istante, una crepa in ciò che sembra immutabile. Un bagliore. E la possibilità di seguirne l’effetto.

 

 

S. F. C.

 

India. Di bagliori e fughe

A cura di Raqs Media Collective e Ferran Barenbit

Padiglione d’Arte Contemporanea (PAC), Via Palestro, 14, Milano

25 Novembre 2025 – 8 Febbraio 2026

 

PHOTO GALLERY

 

GABAA, The Liturgy of the Lost Bird, 2019. Courtesy l’artista

 

Installation view India. Di bagliori e fughe, foto di Nico Cove

 

Millo Ankha, Gestures, 2024. Courtesy l’artista

 

Installation view India. Di bagliori e fughe, foto di Nico Cove

 

Niroj Satpathy

 

Installation view India. Di bagliori e fughe, foto di Nico Cove

 

Ritika Sharma, Diurnal Movement, 2017. Courtesy l’artista

 

Installation view India. Di bagliori e fughe, foto di Nico Cove

 

Anju Acharya, The List of Forbidden Secrets, 2018. Courtesy l’artista

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