La mostra di Paolo Canevari alla Galleria Christian Stein riflette sulla possibilità del paesaggio e della pittura in un tempo segnato dall’esaurimento delle immagini e dei linguaggi. Attraverso opere realizzate con olio esausto su carta e una scultura ottenuta da pneumatici d’automobile, l’artista utilizza materiali industriali e residuali per interrogare il rapporto tra memoria, percezione e trasformazione. Il paesaggio emerge come luogo della coscienza più che come genere pittorico, mentre la pittura, pur privata dei suoi strumenti tradizionali, continua a esistere come eredità e struttura mentale. Le opere attivano una riflessione etica ed estetica sulla sopravvivenza dell’arte, opponendo al rumore visivo del presente una pratica fondata sul silenzio, sulla lentezza e sull’attenzione.
Veduta della mostra PAOLO CANEVARI alla Galleria Christian Stein, 2025
Courtesy Artista e Galleria Christian Stein, Milano. Foto Agostino Osio
La mostra di Paolo Canevari alla Galleria Christian Stein si colloca in un tempo dichiaratamente “esausto”, un tempo che sembra aver consumato le proprie immagini e i propri linguaggi. Paesaggi per tempi esausti, titolo del testo di Sergio Risaliti che accompagna l’esposizione, non descrive soltanto una condizione storica generale, ma definisce con precisione il campo d’azione dell’artista: lavorare con ciò che resta, con ciò che è stato scartato, con materiali e forme che portano impresso il segno di una civiltà in declino.
Il nucleo della mostra è costituito da una serie di opere su carta realizzate con olio esausto di motore. Non si tratta di una scelta provocatoria o semplicemente simbolica. L’olio esausto è un residuo tossico, un materiale che appartiene alla dimensione industriale e alla sua eredità inquinante. Canevari lo utilizza rinunciando deliberatamente alla pratica pittorica tradizionale: non ci sono pennelli, né colori, né disegno preparatorio. L’immagine nasce da un gesto iniziale e poi si sviluppa quasi autonomamente, attraverso reazioni chimiche e processi di assorbimento che l’artista accompagna con attenzione, senza dominarli.
Paolo Canevari, Paesaggio, 2019, olio motore esausto su carta antica, cornice del XVII sec., dittico, cm.h. 25 x 20 e 25,5 x 20
Courtesy Artista e Galleria Christian Stein, Milano. Foto Agostino Osio
Il risultato sono superfici scure, oleose, attraversate da profili minimi che evocano paesaggi. Non paesaggi descrittivi, ma immagini mentali, essenziali, ridotte all’osso. Colline, alture, linee d’orizzonte emergono come presenze trattenute, più suggerite che mostrate. È una pittura che non rappresenta la natura, ma ne restituisce l’eco, come se il paesaggio fosse ormai un ricordo, un residuo della coscienza.
In questo processo la carta assume un ruolo fondamentale. Materia fragile, antica, legata alla scrittura e alla memoria, la carta entra in tensione con l’olio esausto, prodotto terminale della civiltà tecnologica. Dall’incontro tra questi due materiali nasce un’immagine ambigua, sospesa tra bellezza e degradazione. Canevari non cerca di nobilitare il rifiuto industriale, ma di mostrarne la capacità di trasformarsi, di generare ancora senso. Il nero che domina queste opere non è un colore di chiusura, ma una materia generativa, una soglia da cui può emergere una nuova possibilità visiva.
Veduta della mostra PAOLO CANEVARI alla Galleria Christian Stein, 2025
Courtesy Artista e Galleria Christian Stein, Milano. Foto Agostino Osio
Le cornici dorate, antiche e fortemente lavorate, non funzionano come semplici elementi decorativi. Al contrario, intensificano la distanza tra ciò che vediamo e ciò che ricordiamo. Inquadrando queste superfici oscure come fossero dipinti ottocenteschi, le cornici attivano una memoria storica del paesaggio romantico, ma la svuotano dall’interno. Non c’è più una natura sublime da contemplare, ma la traccia di un’assenza. L’aura che ne deriva non è nostalgia, bensì consapevolezza di una perdita irreversibile.
Al centro dello spazio espositivo, una grande sfera rivestita di pneumatici ritagliati introduce un ulteriore elemento di tensione. È un oggetto compatto, opaco, apparentemente semplice, ma carico di ambiguità. Può essere letto come un pianeta, un relitto, un gioco, un ordigno. Anche qui, Canevari utilizza materiali legati al mondo dell’automobile e della mobilità, trasformandoli in un corpo immobile, silenzioso. La sfera sembra interrompere lo spazio, creare una soglia mentale, più che fisica, tra chi guarda e le immagini alle pareti.
La relazione tra la scultura e i dipinti non è narrativa, ma percettiva. Entrambi chiamano in causa lo sguardo e la sua attività interpretativa. Nulla è immediato, nulla è dato una volta per tutte. Canevari costruisce situazioni visive che chiedono al visitatore di rallentare, di sostare, di interrogare le proprie associazioni mentali. In questo senso, l’opera non è mai chiusa: si compie solo nel momento in cui attiva un pensiero.
Paolo Canevari, Paesaggio, 2019, olio motore esausto su carta, cornice del XIX sec., cm. h. 139 x 164 x 8
Courtesy Artista e Galleria Christian Stein. Foto Agostino Osio
Il paesaggio, per Canevari, non è più un genere pittorico, ma un luogo della coscienza. La pittura, pur assente nella sua forma tradizionale, continua a esistere come eredità, come struttura mentale. Anche quando lavora con materiali industriali o con sculture, l’artista mantiene un’impostazione pittorica, intesa come costruzione di un campo visivo e simbolico. Dipingere con olio esausto diventa così un modo per riflettere sulla sopravvivenza del linguaggio pittorico in un’epoca che ne ha dichiarato più volte la fine.
In un contesto dominato dalla sovrapproduzione di immagini e dalla spettacolarizzazione continua, Canevari rivendica un’idea di arte come atto critico e silenzioso. Il silenzio che attraversa queste opere non è vuoto, ma spazio di ascolto. È una forma di resistenza etica, un tentativo di restituire all’arte la capacità di far pensare, di generare attenzione, di opporsi alla passività visiva del presente.
Questi paesaggi per tempi esausti non offrono consolazione né promesse di rinascita facile. Sono immagini fragili, costruite a partire da scarti, che tengono insieme fine e possibilità, perdita e trasformazione. In questo equilibrio instabile risiede la loro forza: non indicano una via d’uscita, ma invitano a sostare nella complessità del nostro tempo, affidando ancora una volta all’arte il compito di rendere visibile ciò che rischia di essere dimenticato.
S. F. C.
Paolo Canevari
Con testo critico di Sergio Risaliti
Galleria Christian Stein, Corso Monforte, 23, Milano
29 ottobre 2025 - 31 gennaio 2026
Paolo Canevari, Paesaggio, 2022, olio motore esausto su carta da pacchi, cornice del XIX sec., cm.h. 127 x 108 x 4,5
Courtesy Artista e Galleria Christian Stein. Foto Agostino Osio
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